Nei mesi di guerra con gli Stati Uniti e Israele, la Repubblica islamica ha fatto ricorso al nome dell'Iran e ai simboli dell'Iran antico nella sua propaganda più che mai: dai cartelloni stradali con le immagini degli antichi re allo slogan «Iran, Iran» nelle manifestazioni di regime. Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, questa svolta non è un ritorno all'identità nazionale, ma un'operazione di facciata di un regime che, finché la sua sopravvivenza non è stata in pericolo, negava Ciro e Dario e si vantava delle conquiste arabe.
Questa analisi viene pubblicata una settimana prima del 29 ottobre, il Giorno di Ciro; una data rispetto alla quale il curriculum della Repubblica islamica è di per sé la migliore misura della sincerità di questa svolta.
Quattro decenni di ostilità verso l'Iran preislamico
Il curriculum della Repubblica islamica nei confronti dell'eredità dell'Iran antico è chiaro. Nei primi anni dopo la rivoluzione del 1979, alcune figure rivoluzionarie, tra cui Sadegh Khalkhali, giudice religioso dei Tribunali rivoluzionari, chiesero la distruzione di Persepoli, e solo la reazione della popolazione lo impedì. Khalkhali scrisse che Ciro era un impostore e un criminale, e questa visione ha attraversato per anni il discorso ufficiale del regime.
L'ostilità non si è limitata alle pietre. Morteza Motahhari, uno dei principali ideologi del regime, disprezzava la festa di Chaharshanbe Suri; Ferdowsi è stato per anni ignorato ufficialmente; e negli ambienti del regime si propose perfino di ribattezzare il Golfo Persico «Golfo islamico», un progetto abbandonato dopo le proteste popolari.
L'esempio più evidente è il trattamento riservato dal regime al Giorno di Ciro. Negli ultimi anni, alla vigilia del 29 ottobre, le forze di sicurezza hanno bloccato la strada per Pasargade con blocchi di cemento, eretto barriere intorno alla tomba di Ciro e limitato l'accesso della gente. A fine ottobre 2025, come negli anni precedenti, le strade per Pasargade sono state chiuse. Un regime che teme i raduni della gente presso la tomba di Ciro ora affigge le immagini degli antichi re sui muri delle città.
La svolta nei giorni di guerra
I primi segni di questa svolta sono apparsi durante la guerra dei dodici giorni del giugno 2025. Su ordine dell'ufficio del leader della Repubblica islamica, i cantori di regime hanno parlato di amore per l'Iran, nelle strade sono stati affissi cartelloni con le immagini degli antichi sovrani e gli oratori ufficiali hanno parlato della «gloria dell'Iran». Passata la crisi, lo stesso regime ha di nuovo chiuso la strada per Pasargade.
Nella guerra attuale la tendenza si è accentuata. Analisti internazionali osservano che, a differenza del passato, la propaganda della Repubblica islamica punta su temi nazionalisti per raggiungere un pubblico oltre la sua base fedele, e alcuni vi vedono il segno del passaggio del regime da una struttura religiosa a una militare. Allo stesso tempo, le manifestazioni guerrafondaie del regime si svolgono con le immagini di Mojtaba Khamenei: il nome dell'Iran per mobilitare, il simbolo del velayat per la fedeltà.
Perché lo spettacolo non funziona
Secondo gli analisti di DIAR, almeno tre ragioni dimostrano che questa svolta è priva di fondamento.
Primo, il trattamento riservato dal regime ai simboli nazionali vivi. La stessa Repubblica islamica che espone sui cartelloni le immagini degli antichi re arresta chi porta la bandiera del Leone e Sole e condanna a morte i manifestanti della rivolta di Dey scesi in piazza proprio con quel simbolo. Un nazionalismo che criminalizza la bandiera storica dell'Iran non è nazionalismo.
Secondo, il suo carattere temporaneo. L'esperienza della guerra dei dodici giorni ha mostrato che questa retorica viene messa da parte appena la crisi finisce, e tornano la politica della negazione e le restrizioni. Per il regime l'eredità dell'Iran è uno strumento per le crisi, non parte della sua identità.
Terzo, la consapevolezza della gente. Da anni gli iraniani celebrano il Giorno di Ciro radunandosi a Pasargade con slogan in lode dell'Iran e della monarchia; proprio quei raduni che il regime ha impedito con cemento e barriere. Chi ha visto questo curriculum sa distinguere tra custodire un'eredità e sfruttarla in tempo di crisi.
Il Giorno di Ciro: una prova di sincerità
Giovedì 29 ottobre pone alla Repubblica islamica una prova semplice: se il regime ha davvero cominciato a credere nell'eredità di Ciro e Dario, la strada per Pasargade deve restare aperta e la gente deve potersi radunare liberamente presso la tomba di Ciro. Se ancora una volta blocchi di cemento e forze di sicurezza prenderanno il posto della gente, sarà chiaro anche il significato dei cartelloni con gli antichi re.
Per la rivoluzione nazionale iraniana questa svolta porta anche un altro messaggio: un regime costretto, per sopravvivere, a rifugiarsi in simboli che ha combattuto per quattro decenni ha ammesso che la sua legittimità religiosa non mobilita più. L'identità iraniana, da Ciro al Leone e Sole, è nelle mani del popolo che ha pagato un prezzo per essa, non di un regime che se ne ricorda solo nei giorni del pericolo.

Un regime che chiude con il cemento la strada per Pasargade non diventa erede di Ciro affiggendo cartelloni con gli antichi re.

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