Ai raduni degli iraniani nelle città europee e americane, accanto alla bandiera del Leone e del Sole si vede talvolta anche la bandiera di Israele. Questa sola immagine ha scatenato un'ondata di etichette di «traditore» e «mercenario» da parte dei media della Repubblica islamica e di una parte della sinistra iraniana. Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, questa rabbia nasce meno dalla preoccupazione per l'Iran che da un doppio standard: le stesse correnti che per quasi mezzo secolo hanno issato la bandiera palestinese in nome della nazione iraniana negano oggi agli iraniani stessi il diritto di scegliere i propri amici e alleati.
Mezzo secolo di costi pagati dal popolo iraniano
Fin dai suoi primi anni la Repubblica islamica ha fatto della «liberazione di Gerusalemme» l'asse della propria politica estera. Nei rapporti annuali sul terrorismo, il Dipartimento di Stato americano ha stimato che Teheran versa fino a 100 milioni di dollari l'anno a gruppi armati palestinesi, tra cui Hamas e la Jihad islamica, e fa arrivare centinaia di milioni di dollari l'anno a Hezbollah in Libano. La Forza Quds guidata da Qassem Soleimani era il principale esecutore di questa rete, che portava denaro, armi e addestramento dall'Iran a Gaza, in Libano, in Siria e nello Yemen.
Questi costi sono stati sostenuti in un'economia da anni sotto sanzioni, inflazione e fuga di capitali. Ogni dollaro finito nelle guerre per procura è stato un dollaro che non è arrivato all'industria, alle assicurazioni, alla sanità e al sostentamento del popolo iraniano. La gente lo ha detto molte volte nelle strade: lo slogan «Né Gaza né Libano, do la mia vita per l'Iran» si è sentito più volte, dalle proteste degli anni passati fino alla rivolta di Dey. Eppure, fino a oggi, a nessun organo responsabile della Repubblica islamica è stato permesso di verificare questi costi, e chi li ha criticati si è visto affibbiare etichette di sicurezza.
Un bilancio finito nel fallimento
Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, questa politica non ha portato all'Iran altro che isolamento. L'«asse della resistenza», che doveva essere la profondità strategica della Repubblica islamica, è crollato nelle guerre degli ultimi due anni: Hamas e Hezbollah hanno subito colpi pesanti, il governo di Assad è caduto e lo stesso Iran è diventato un campo di battaglia nella guerra con gli Stati Uniti e Israele. Ora che la Repubblica islamica è sotto assedio e ha esaurito le carte per la sua sopravvivenza, è più chiaro che mai che questo investimento quarantennale non ha comprato sicurezza per l'Iran né costruito un futuro per i palestinesi.
Occhi chiusi sul massacro di Dey, il 7 ottobre ripulito
Il doppio standard diventa ancora più evidente se si mettono a confronto le reazioni di queste stesse correnti a due eventi. L'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che uccise circa 1.200 persone in Israele e prese centinaia di ostaggi, fu celebrato dai media della Repubblica islamica e una parte della sinistra iraniana lo definì «resistenza». Al contrario, l'uccisione dei manifestanti nella rivolta di Dey e nelle notti dell'8 e 9 gennaio, per la quale le famiglie delle vittime chiedono ancora giustizia, è stata ignorata o lasciata passare in silenzio dalle stesse voci.
Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, una corrente che scende in piazza per Gaza ma tace sull'uccisione di giovani iraniani non può più definirsi difensore degli «oppressi». Una solidarietà che funziona in una sola direzione non è solidarietà: è una posizione ideologica.
Il diritto degli iraniani di scegliere i propri alleati
Gli iraniani che oggi alzano la bandiera israeliana accanto al Leone e al Sole mandano un messaggio politico: il loro nemico è la Repubblica islamica, e qualsiasi Paese che si confronta con questo regime può essere partner della libertà dell'Iran. Questa scelta si può criticare, ma etichette come «soldato del Mossad» e «traditore» non sono critica: ripetono lo stesso linguaggio securitario che la Repubblica islamica usa da quarant'anni contro ogni oppositore.
La domanda principale resta senza risposta: perché issare la bandiera palestinese in nome della nazione iraniana, con tutto il suo costo per il popolo, era considerato un «ideale», mentre schierarsi degli iraniani con Israele contro un regime che li uccide è «tradimento»? Finché i difensori di questo doppio standard non risponderanno, la loro pretesa di difendere gli oppressi non avrà alcun peso.
Secondo DIAR, chi ha fatto pagare agli iraniani la bandiera palestinese non ha il diritto di chiamarli traditori per la scelta dei loro alleati.

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