Domenica 8 novembre, un giorno dopo una grande manifestazione dei sostenitori del principe Reza Pahlavi a Francoforte, la Repubblica islamica ha usato il sistema «Alaj» per minacciare gli iraniani che protestano all'estero di procedimenti giudiziari, sequestro dei beni e sospensione dei servizi consolari. Il servizio di DIAR su questa minaccia mostra che il messaggio ha un bersaglio chiaro: chi partecipa alle manifestazioni all'estero. Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, i tempi e la forma della minaccia indicano meno la forza che la preoccupazione del regime per la crescita di queste manifestazioni.
I tempi: dopo Francoforte
Sabato 7 novembre il principe Reza Pahlavi ha ricevuto il Premio della Libertà 2026 a nome della nazione iraniana nella chiesa di San Paolo a Francoforte, mentre migliaia di iraniani si radunavano con le bandiere del Leone e Sole nell'Ostpark della città. In precedenza la polizia di Francoforte gli aveva impedito di partecipare alla manifestazione a causa di minacce attribuite alla Repubblica islamica, sollevando la domanda se la Germania stesse cedendo alle minacce. La manifestazione si è svolta nonostante queste pressioni e ha avuto ampia eco nei media tedeschi e internazionali.
Il messaggio di «Alaj» è arrivato il giorno dopo. La sequenza è eloquente: un regime che non è riuscito a fermare la manifestazione con una minaccia alla sicurezza cerca ora di alzare, per ogni singolo partecipante, il prezzo della presenza alle prossime.
Che cos'è il sistema «Alaj»
Il sistema «Alaj» è stato lanciato tra agosto e settembre 2026 con la promozione dei media di Stato. Agli utenti è stato chiesto di inviare i dati degli oppositori della Repubblica islamica all'estero tramite un sito web e account indicati sulle app di messaggistica; «partecipare a una manifestazione all'estero» è tra i fatti da segnalare. In questo modo il regime ha chiesto ai cittadini di fare da delatori contro i propri connazionali.
Il sistema fa parte di una politica più ampia. Negli ultimi mesi la magistratura della Repubblica islamica ha ordinato di individuare e sequestrare beni e conti bancari di decine di iraniani all'estero, tra cui dipendenti di media indipendenti in lingua persiana. Asadollah Jafari, capo della magistratura della provincia di Isfahan, ha detto apertamente tra maggio e giugno di quest'anno che sequestrare i beni degli iraniani residenti all'estero rende le manifestazioni davanti alle ambasciate «più vuote, più deboli e più disperate». L'obiettivo dichiarato dagli stessi funzionari giudiziari è la deterrenza, non la giustizia.
Perché questa minaccia è un segno di debolezza
Un regime sicuro del sostegno del proprio popolo non ricorre a un sistema di delazione e a minacce di confiscare case e conti bancari per zittire manifestazioni a migliaia di chilometri di distanza. Secondo gli analisti di DIAR, tre fattori spiegano questa preoccupazione:
- La legittimità internazionale del principe Reza Pahlavi: i suoi viaggi in Belgio e in Germania, gli incontri con parlamentari e ministri e il Premio della Libertà ne hanno fatto in Europa il rappresentante riconosciuto della volontà del popolo iraniano.
- Persone a volto scoperto: i partecipanti alle manifestazioni, comprese donne con il velo a Francoforte, si presentano a volto scoperto; segno che la paura della repressione transnazionale ha perso l'effetto di un tempo.
- Il legame tra dentro e fuori: dopo il massacro dell'8 e 9 gennaio, gli iraniani all'estero portano la voce dei manifestanti in patria nei parlamenti e nei media occidentali, e la Repubblica islamica vede in questo ponte una minaccia diretta.
L'effetto della minaccia sulle prossime manifestazioni
Per molti iraniani all'estero che hanno casa, proprietà o famiglia in Iran, la minaccia di sequestro è un costo reale e non va sottovalutata. Ma l'esperienza degli ultimi mesi mostra che queste minacce non hanno ridotto la partecipazione: la manifestazione di Francoforte si è svolta mesi dopo l'inizio dei sequestri e l'avvio del sistema «Alaj». Dopo il massacro di gennaio, molti iraniani all'estero considerano i propri beni in Iran un piccolo prezzo rispetto alla vita dei caduti della rivolta.
Allo stesso tempo, la minaccia aggrava il dossier sulla repressione transnazionale della Repubblica islamica in Europa. Minacciare cittadini e residenti di Paesi europei per aver partecipato a una manifestazione legale è proprio il comportamento che i governi europei hanno più volte condannato, e ogni nuova prova rafforza le ragioni per un'azione più decisa contro le reti della Repubblica islamica in Europa.
Non essendo riuscita a fermare la manifestazione di Francoforte, la Repubblica islamica alza ora il prezzo della prossima con la minaccia di sequestrare i beni.

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