lunedì 19 ottobre 2026
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L'etichetta di «progetto»: lo strumento più economico della Repubblica islamica per zittire i critici

Analisi di DIAR: l'etichetta di «progetto» applicata ai critici all'interno dell'Iran, in particolare ai nazionalisti e ai sostenitori del principe Reza Pahlavi, è uno strumento a basso costo per screditarli e intimidire la società.

L'etichetta di «progetto»: lo strumento più economico della Repubblica islamica per zittire i critici
Foto d'archivio; foto: Anderson Mancini from Sao Paulo, Brazil, licenza CC BY 2.0, Wikimedia Commons

Nelle ultime settimane, ogni volta che un cittadino all'interno dell'Iran ha protestato contro la Repubblica islamica con il linguaggio della critica o della satira, sui social network è scoppiata un'ondata di accuse: «Come fa qualcuno dall'interno del Paese ad avere il coraggio di farlo, a meno che non sia lui stesso un progetto del regime?». Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, questa etichetta non è una reazione spontanea, ma un metodo calcolato e a basso costo per zittire i manifestanti interni; un metodo che, invece di rispondere alle parole del critico, toglie lui stesso dalla vista della società.

Il caso di Saeed Shakiba: un esempio chiaro

Un esempio recente di questo schema è la costruzione di un procedimento da parte della procura di Teheran contro Saeed Shakiba, doppiatore e autore satirico. La procura ha aperto un fascicolo contro di lui per un video in cui imitava la voce di Ali Khamenei e ha bloccato la sua pagina Instagram. Eppure, in contemporanea con l'azione giudiziaria, in rete si è diffusa l'affermazione che una satira simile «non è possibile» dall'interno dell'Iran e che il suo autore collabori di certo con il governo.

Le due versioni non stanno insieme. Se qualcuno fosse un «progetto» del regime, la magistratura non gli aprirebbe un fascicolo né gli chiuderebbe la voce. Ma l'etichetta di «progetto» non ha bisogno di logica per svolgere la sua funzione; basta che semini il dubbio.

Perché l'etichetta di «progetto» funziona

La repressione diretta è costosa per la Repubblica islamica: ogni arresto, ogni condanna e ogni esecuzione provoca una reazione interna e internazionale e, come mostra l'ultimo rapporto del segretario generale dell'Onu, appesantisce il suo bilancio. L'etichettatura invece è quasi gratuita. Il regime non ha più bisogno di zittire il critico; gli basta rendere il suo pubblico sospettoso nei confronti delle sue intenzioni. Il risultato è la solitudine del critico: un pubblico che ha smesso di fidarsi di lui non lo difende.

Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, il messaggio di questo metodo è rivolto all'intera società, non solo a un individuo: se protesti, se ridi, se superi le linee rosse, invece di una risposta verranno messe in dubbio la tua identità e le tue motivazioni. Il costo del dissenso sale a tal punto che gli altri scelgono il silenzio prima di agire.

Perché i nazionalisti sono il bersaglio principale

Ciò che merita attenzione è il carattere selettivo di questa etichetta. La pressione maggiore, dal blocco delle pagine online agli arresti, alla detenzione, alla tortura e all'esecuzione, si è abbattuta sui nazionalisti e sui sostenitori del principe Reza Pahlavi; la stessa corrente che nella rivolta di dicembre-gennaio ha portato in piazza gli slogan nazionali e la bandiera del Leone e del Sole. Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, nei confronti di alcune figure critiche di altre correnti si è visto un trattamento diverso. Questa differenza mostra che la Repubblica islamica considera la corrente nazionale la sua minaccia principale e, per contenerla, ricorre contemporaneamente a entrambi gli strumenti: repressione e diffamazione.

Quando repressione ed esecuzioni non sono riuscite a zittire la voce della protesta e la paura ha perso terreno tra i nazionalisti, un cambio di metodo è logico: etichetta l'oppositore, screditalo e accusalo di essere un «progetto».

La conseguenza per la rivoluzione nazionale dell'Iran

Il pericolo principale dell'etichetta di «progetto» non è solo la distruzione della credibilità di una persona; è la distruzione della fiducia tra gli oppositori. Un movimento i cui membri si sospettano a vicenda non può arrivare a una voce unitaria e forte. È proprio questo che rende il metodo prezioso per il regime e pericoloso per gli oppositori.

La risposta a questo trucco è la vigilanza. Un'accusa non è una prova e la ripetizione non crea verità. Ogni affermazione sulla collaborazione di un critico con il regime va vagliata con le prove, non con i sospetti. Il criterio per giudicare un critico sono le sue parole e il suo percorso, non una voce messa in giro sulle sue intenzioni.

Invece di rispondere al critico, l'etichetta di «progetto» prende di mira la fiducia tra gli oppositori; un'accusa non è una prova e la ripetizione non crea verità.

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