La condanna a morte di Omid Goodarzvand Chegini, 37enne di Qazvin arrestato durante la rivolta di gennaio 2026, è stata confermata in appello. Secondo l'organizzazione per i diritti umani Hengaw, il cui rapporto è stato pubblicato da Voice of America martedì 6 ottobre 2026, la sentenza è diventata definitiva a metà settembre 2026.
Goodarzvand Chegini, ex membro delle forze di polizia, è stato arrestato giovedì 8 gennaio 2026 durante le proteste. La seconda sezione del Tribunale rivoluzionario di Qazvin lo aveva condannato a morte alcuni mesi fa con l'accusa di «distruzione dell'ingresso del governatorato di Qazvin». Attualmente è detenuto nel carcere di Chubindar a Qazvin.
L'accusa di danneggiamento e la condanna a morte
Secondo Hengaw, l'accusa che ha portato alla condanna a morte di questo manifestante è il danneggiamento della porta d'ingresso di un edificio governativo. L'organizzazione afferma che per tutta la durata del procedimento gli è stato negato l'accesso a un avvocato di sua scelta.
Secondo Hengaw, il detenuto è stato tenuto in isolamento per circa 40 giorni e sottoposto a gravi torture durante gli interrogatori. Le autorità giudiziarie della Repubblica islamica non hanno commentato pubblicamente il caso.

La condanna a morte di Omid Goodarzvand Chegini per la distruzione dell'ingresso del governatorato di Qazvin è stata confermata in appello.
Un'ondata di condanne a morte per gli arrestati della rivolta di gennaio
La conferma della sentenza arriva mentre negli ultimi giorni la magistratura della Repubblica islamica ha emesso altre condanne a morte per persone arrestate durante la rivolta di gennaio. Il 6 ottobre è stato inoltre riferito che Borzou Rezaei, arrestato durante la rivolta di gennaio e originario di Kermanshah, è stato condannato a morte.
All'alba di lunedì 5 ottobre la Repubblica islamica ha giustiziato Alireza Sepahi e Alireza Raisi, due manifestanti del caso «piazza Alikhani» di Isfahan. Secondo Iran Human Rights, il numero di esecuzioni registrate nei primi nove mesi del 2026 è salito a 604, tra cui 33 manifestanti.
Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il rischio di esecuzione è concreto per i detenuti le cui condanne sono definitive e che in passato alcune sentenze sono state eseguite all'insaputa delle famiglie e degli avvocati.

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