Mentre i disordini in Francia catalizzano l'attenzione dei media di tutto il mondo, in Iran l'apparato giudiziario e di sicurezza della Repubblica islamica è entrato senza clamore in uno dei periodi di repressione più duri dalla fine della rivolta di dicembre 2025 - gennaio 2026. Condanne a morte, lunghe pene detentive, frustate, esili interni, licenziamenti, divieti di espatrio e minacce alle famiglie in lutto producono una notizia nuova quasi ogni giorno. Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, quest'ondata non è un segno di forza, ma di un governo che non ha altro strumento che la paura per tenere sotto controllo la società.
Casi che rivelano lo schema
Uno sguardo ai casi di questa sola settimana rivela uno schema chiaro. Il Tribunale rivoluzionario di Isfahan ha condannato a morte e a oltre quattro anni di carcere, con l'accusa di «moharebeh» («guerra contro Dio»), Ilia Ben-Rashid, manifestante ventiduenne di Shahinshahr e tra i detenuti della rivolta di gennaio. A Qorveh, Yousef Dehghani, operatore sanitario anch'egli arrestato durante la stessa rivolta, è stato condannato in due procedimenti distinti al carcere, a 31 frustate, a due anni di esilio a Zabol e a una multa. La seconda sentenza dimostra che l'obiettivo non è soltanto punire: esiliare un infermiere nel punto più lontano del Paese è un messaggio a tutti i suoi colleghi.
Allo stesso tempo, gli apparati di sicurezza hanno vietato alle famiglie che chiedono giustizia per la rivolta di gennaio di recarsi sulle tombe dei Javidnam (gli «Eterni», i caduti della rivolta) e di mettersi in contatto tra loro, minacciandole di convocazioni: un racconto che una di queste famiglie ha riferito. L'esecuzione di Alireza Raeisi e Alireza Sepahi, due manifestanti di Isfahan, e il messaggio di connazionali che dall'interno dell'Iran hanno giurato di proseguire il loro cammino completano il quadro di questa equazione: il governo uccide per spaventare, e la società risponde con il ricordo dei Javidnam.
Perché il governo si è rifugiato nell'intimidazione
La Repubblica islamica si trova oggi in una morsa senza precedenti. Il blocco navale statunitense ha di fatto fermato le esportazioni di petrolio, i valichi di frontiera con l'Iraq chiudono uno dopo l'altro, il dollaro ha superato i 270.000 toman sul mercato di Teheran e lo stesso capo del governo parla della «peggiore» condizione di né guerra né pace. Un governo che non riesce a garantire né il pane né l'elettricità alla popolazione, e che non ha alcuna prospettiva di porre fine alla guerra, ha un solo strumento per impedire una nuova rivolta: alzare il costo della protesta a tal punto che nessuno osi tornare in piazza.
Per questo l'accusa di «moharebeh» viene usata per atti che nessun sistema giuridico serio considera reati gravi, e vengono emesse sentenze del tutto sproporzionate rispetto a quanto attribuito all'imputato. Queste condanne si rivolgono, prima di tutto, a chi assiste: le famiglie, i colleghi e i vicini di casa di chi viene trascinato davanti al Tribunale rivoluzionario.
L'esperienza dei governi totalitari
La storia del Novecento mostra che la repressione di massa negli ultimi anni dei governi totalitari ne ha più spesso accelerato la caduta che ritardata. L'intimidazione può svuotare le piazze per un certo tempo, ma non restituisce la legittimità perduta; ogni condanna a morte, ogni esilio e ogni famiglia a cui si vieta di visitare la tomba del proprio figlio fanno crescere il numero di chi non ha più nulla da perdere. La stessa rivolta di gennaio è stata il frutto proprio di questo accumulo.
Che cosa ci si aspetta dalla comunità internazionale
Il silenzio dei media è il principale alleato dell'apparato repressivo. Le sentenze emesse oggi dai tribunali rivoluzionari, se nessuno le vede, domani saranno eseguite senza alcun costo. L'esperienza dei casi fermati grazie alla pressione internazionale dimostra che l'attenzione costante di media, parlamenti e governi può salvare la vita dei prigionieri politici; proprio come un parlamentare italiano ha chiesto pressioni europee per Najmeh Amini.
Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, la Repubblica islamica, nei suoi ultimi giorni, crede di poter evitare la caduta diffondendo il terrore; ma è proprio la strada che, prima di lei, ha portato altri governi totalitari a una fine più rapida. Il compito dei media liberi è far sì che il nome di ciascuno di questi prigionieri venga visto.
Le pesanti condanne contro i manifestanti di gennaio, più che un segno di forza, sono il segno di un governo che non ha altro strumento che la paura.

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