La Repubblica islamica è oggi messa all'angolo su ogni fronte: bloccata in mare dagli Stati Uniti, stretta a terra da confini che i vicini chiudono uno dopo l'altro e indifesa nei cieli di fronte alle aviazioni di Stati Uniti e Israele. Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, questi tre fronti, insieme alla perdita della base sociale del regime, mostrano che la Repubblica islamica ha perso anche le sue ultime carte per sopravvivere: la mediazione e il prolungamento dei negoziati.
Una nuova guerra più probabile che mai
Le notizie secondo cui Donald Trump avrebbe fermato un attacco israeliano su vasta scala contro la Repubblica islamica sembravano a prima vista un segnale di distensione. Ma nella stessa settimana è emerso che le forze armate di Stati Uniti e Israele hanno preparato piani precisi per nuovi attacchi dopo le elezioni di metà mandato statunitensi del 3 novembre, e che la decisione finale spetta a Trump. Il sostegno aperto e costante della Casa Bianca a Benjamin Netanyahu, gli incontri segreti del segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth con i leader israeliani e i voli dei caccia israeliani fino a ridosso del confine iraniano vanno tutti nella stessa direzione: l'attacco è stato rinviato, non abbandonato.
Alcuni analisti ritengono certa una nuova guerra. Quale che sia il momento, è chiaro che la Repubblica islamica non ha più l'iniziativa e può solo attendere una decisione che sarà presa a Washington e a Gerusalemme.
Dal blocco navale all'assedio terrestre
Il blocco navale statunitense ha quasi azzerato da mesi le esportazioni di petrolio della Repubblica islamica. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato che da agosto nessuna petroliera ha caricato sull'isola di Kharg. Ora l'assedio è arrivato sulla terraferma: per ordine del proprio governo l'Iraq ha chiuso il valico di frontiera di Sheeb, mentre altri valichi sono i prossimi della lista, e il commercio di merci attraverso i valichi di Taftan e Rimdan con il Pakistan si è fermato.
I tempi di questi eventi sono significativi. I confini si chiudono subito dopo che il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il feldmaresciallo Asim Munir, capo dell'esercito pakistano, hanno lasciato Teheran. Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, le due visite non hanno portato nulla alla Repubblica islamica: Mosca ha parlato solo della propria disponibilità ad «aiutare a risolvere la crisi» e Islamabad, che faceva da mediatore, ha ora chiuso il proprio confine. I due Paesi in cui il regime vedeva un'ancora di salvezza hanno lasciato Teheran a mani vuote.
Anche nei cieli la Repubblica islamica non ha voce in capitolo. L'ultima guerra ha mostrato che le sue difese aeree non reggono il confronto con le aviazioni di Stati Uniti e Israele, e gli attacchi sporadici contro le navi nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz non compensano questa debolezza; hanno solo accresciuto la rabbia della regione e del mondo.
Una base sociale perduta
Più importante di tutti questi fattori è la frattura tra il regime e la nazione iraniana. Per quattro decenni la Repubblica islamica ha speso le sue risorse nel progetto della «umma islamica» e nella costruzione di forze per procura in Iraq, Siria, Libano e Yemen, rispondendo con la repressione al malcontento e alla rabbia della società. Il massacro dell'8 e 9 gennaio è stato il punto di non ritorno di questo percorso: un regime che per due notti ha sparato sui manifestanti non può più contare sul sostegno del popolo nell'ora del pericolo.
Un regime che non ha i proventi del petrolio, né confini aperti, né cieli sicuri, né un alleato pronto a sostenerlo, né un popolo disposto a difenderlo, non ha più carte da giocare. Prolungare i negoziati e confidare nei mediatori serve solo a guadagnare tempo, e anche quel tempo sta per finire.
L'ultima parola spetterà alla nazione iraniana
Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, la fine della Repubblica islamica è inevitabile, anche se oggi Stati Uniti e Israele rinunciassero alla decisione di attaccare. La pressione esterna può paralizzare il regime, ma a smantellare definitivamente il sistema di corruzione e repressione sarà la nazione iraniana: la stessa che è scesa in piazza nella rivolta di Dey con la bandiera del Leone e Sole e il nome del principe Reza Pahlavi.
I giorni che verranno sono decisivi per il futuro dell'Iran. Più l'assedio si stringe, più conta la preparazione della nazione e la coesione della rivoluzione nazionale iraniana per il giorno dopo la Repubblica islamica.
La Repubblica islamica ha perso le carte della mediazione e del negoziato, e l'ultima parola spetterà alla nazione iraniana.

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