Gli organi di sicurezza della Repubblica islamica vietano alle famiglie dei caduti della rivolta del gennaio 2026, che chiedono giustizia, di recarsi sulle tombe dei propri cari, di organizzare cerimonie commemorative, di scrivere del massacro e di avere qualsiasi contatto con altre famiglie. Dadban, un gruppo di consulenza legale, ha reso pubbliche queste pressioni martedì 20 ottobre 2026 diffondendo il racconto di una di queste famiglie.
Secondo la famiglia, gli agenti li hanno avvertiti più volte, per telefono e con minacce, di non andare sulle tombe dei caduti, di non restare in contatto con altre famiglie e di non organizzare cerimonie. Le famiglie che parlano o scrivono del massacro di gennaio vengono minacciate di convocazione e interrogatorio. La pressione è tale che perfino il testo dei post su Instagram va scritto con estrema cautela per evitare conseguenze giudiziarie. Il racconto menziona anche l'arresto di un familiare, bendato e sotto la minaccia di un'arma, e il suo trasferimento in un luogo che la famiglia chiama «buco».
Procedimenti costruiti per mettere a tacere la richiesta di giustizia
Dadban afferma che per un gran numero di familiari dei caduti sono stati aperti procedimenti giudiziari dopo che avevano cercato la verità, chiesto conto delle responsabilità o annunciato la morte del proprio caro. Secondo la valutazione del gruppo, l'obiettivo della Repubblica islamica è zittire le famiglie e fermare il movimento per la giustizia.
Queste pressioni non sono nuove. Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato diversi funzionari della Repubblica islamica, tra cui Hossein Zare Kamali, comandante dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC) nella provincia di Hamadan, e ha dichiarato che le forze di sicurezza di Hamadan avevano costretto le famiglie a seppellire i caduti senza cerimonia e avevano chiesto denaro per la consegna dei corpi.
Dopo il massacro della rivolta di gennaio, la Repubblica islamica considera ora un reato persino il lutto delle famiglie sulle tombe dei caduti.
Il lutto nonostante le minacce
Nonostante queste minacce, le famiglie continuano a tenere vivo il ricordo dei propri figli: dalla festa di compleanno di Alireza Sadian sulla sua tomba a Farrokhshahr al ritrovamento, da parte della famiglia, della tomba nascosta di Alireza Raisi nel deserto di Anarak. Le madri che chiedono giustizia pubblicano inoltre le storie dei figli uccisi nella campagna «9 mele, 9 mesi di lontananza».

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