lunedì 19 ottobre 2026
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Amnesty International: l'impunità degli assassini dei manifestanti del 2022 è istituzionalizzata nelle leggi e nei tribunali della Repubblica islamica

Amnesty International ha dimostrato che la Repubblica islamica, con la legge sull'uso delle armi, i tribunali militari e commissioni addomesticate, ha messo al riparo da ogni punizione gli agenti che hanno ucciso i manifestanti della rivolta del 2022.

Amnesty International: l'impunità degli assassini dei manifestanti del 2022 è istituzionalizzata nelle leggi e nei tribunali della Repubblica islamica

In una sezione del suo rapporto completo sulla repressione della rivolta «Donna, Vita, Libertà», Amnesty International ha dimostrato che la Repubblica islamica ha istituzionalizzato nelle proprie leggi e nella propria struttura giudiziaria l'impunità degli agenti che hanno ucciso i manifestanti. Secondo l'organizzazione, la negazione ufficiale, la legge sull'uso delle armi, i processi nei tribunali militari dipendenti dalle forze armate e le commissioni d'inchiesta governative sono i quattro pilastri di questa impunità.

Queste conclusioni fanno parte del rapporto «Architetti del crimine», pubblicato da Amnesty International tra agosto e settembre 2026. Il rapporto, di oltre mille pagine, definisce la repressione della rivolta del 2022 un crimine contro l'umanità, documenta l'uccisione di 377 manifestanti e passanti, tra cui 56 bambini, tra settembre e dicembre 2022, e indica i nomi di 87 funzionari della Repubblica islamica da sottoporre a indagine giudiziaria.

Legge sulle armi e tribunali militari: gli agenti giudicano se stessi

Secondo Amnesty International, la legge sull'uso delle armi consente agli agenti di sparare contro un assembramento dichiarato «illegale», dopo un avvertimento e dopo il fallimento di altri metodi; un criterio lontano dagli standard internazionali, che ammettono di sparare solo in presenza di un pericolo imminente di morte o di gravi lesioni. L'agente il cui colpo sia ritenuto «legale» è esente da responsabilità penale e civile, e perfino il prezzo del sangue (diya) alle vittime lo paga l'organo di sicurezza, non lui. La stessa legge punisce l'agente che rifiuti di sparare.

I casi dei manifestanti morti per i colpi degli agenti passano all'Organizzazione giudiziaria delle forze armate, dove, per ordine del leader della Repubblica islamica, almeno la metà di giudici, procuratori e personale deve provenire dalle forze armate, compresi i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) e la polizia (FARAJA). Prima una commissione interna alla stessa forza esamina se lo sparo sia avvenuto «conformemente alla legge», e la procura e il tribunale militare si basano su quello stesso parere.

Dieci casi in otto province: dalla condanna al taglione a 10 mesi di carcere

Amnesty International ha esaminato dieci casi di morte di manifestanti in otto province. Quattro casi sono stati archiviati con la motivazione di «prove insufficienti». In due casi le autorità hanno ammesso che il colpo mortale era opera degli agenti, ma hanno interrotto l'indagine penale. Negli altri casi le sentenze emesse sono state annullate, ridotte o convertite nel pagamento del prezzo del sangue.

Nel caso di Mohammad Jamebozorg, colpito a distanza ravvicinata a Malard nel settembre 2022, un membro del Basij fu inizialmente condannato al taglione (qisas); ma dopo la richiesta di Hossein Salami, allora comandante dei Guardiani della Rivoluzione, Gholamhossein Mohseni-Ejei, capo del potere giudiziario, non ritenne l'omicidio volontario, la Corte suprema annullò la sentenza e l'autore dello sparo fu condannato a tre anni di carcere. Il prezzo del sangue fu pagato dai Guardiani della Rivoluzione.

Nel caso di Sepehr Beyranvand a Khorramabad, la Corte suprema ha annullato due volte la condanna a morte di un agente di polizia, che alla fine è stato assolto dall'accusa di omicidio e condannato a 10 mesi di carcere per «sparo non autorizzato»; nonostante il tribunale precedente si fosse basato sulle immagini delle telecamere a circuito chiuso, che mostravano come avesse preso di mira deliberatamente Sepehr mentre fuggiva.

Commissioni «d'accertamento» addomesticate di fronte all'ONU

Secondo Amnesty International, Ahmad Vahidi, allora ministro dell'Interno, annunciò nel novembre 2022 la creazione di una commissione interna, due giorni prima del voto del Consiglio per i diritti umani dell'ONU sull'istituzione di una missione d'inchiesta indipendente, ed Ebrahim Raisi creò nel maggio-giugno 2023 un'altra commissione speciale, il cui mandato è stato prorogato da Masoud Pezeshkian. La Repubblica islamica ha citato più volte queste commissioni per rifiutare la cooperazione con l'ONU.

Amnesty International ha definito queste commissioni prive di indipendenza e imparzialità. Del loro rapporto principale di 110 pagine, oltre due terzi sono dedicati ad attaccare governi stranieri, media e piattaforme, solo 15 pagine trattano le violazioni dei diritti umani e circa mezza pagina la morte dei manifestanti, e alcune parti sono copiate parola per parola dal comunicato congiunto del Ministero dell'Intelligence e dell'Organizzazione dell'intelligence dei Guardiani della Rivoluzione.

Amnesty International aveva già affermato che questa stessa impunità ha spianato la strada al massacro molto più sanguinoso della rivolta del dicembre 2025-gennaio 2026, e questa settimana ha definito l'esecuzione di cinque manifestanti di quella rivolta uno strumento di intimidazione; uno schema che si vede anche in casi come la morte di Ahmadreza e Amirhossein Feyzi a Fardis, Karaj. L'organizzazione ha chiesto che il Consiglio di sicurezza deferisca la situazione dell'Iran alla Corte penale internazionale e che sia creato un meccanismo internazionale per processare i responsabili.

Manifestazione di solidarietà con Mahsa Amini e i manifestanti della rivolta del 2022 a San Francisco, 1° ottobre 2022
Manifestazione di solidarietà con Mahsa Amini e i manifestanti della rivolta del 2022 a San Francisco, 1° ottobre 2022

Secondo Amnesty International, in Iran l'agente che uccide un manifestante viene processato in un tribunale in cui metà dei giudici sono suoi colleghi.

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