Il principe Reza Pahlavi ha chiuso il suo discorso al raduno degli iraniani a Francoforte con una frase che il suo ufficio stampa ha ripubblicato domenica 8 novembre 2026: «Voi siete il simbolo del Leone e Sole del nostro Paese; sollevatevi come il leone e splendete come il sole». In apparenza è una chiusura emotiva. Ma accostata al linguaggio con cui la Repubblica islamica si è rivolta agli iraniani negli ultimi 47 anni, rivela una differenza di fondo: uno vede nel cittadino il padrone del Paese, l'altro una minaccia da contenere.
Il linguaggio della Repubblica islamica sui manifestanti
A ogni ondata di proteste, la Repubblica islamica ha colpito i manifestanti con le parole prima che con i proiettili e il carcere. Nel giugno 2009 Mahmoud Ahmadinejad definì «paglia e detriti» i milioni di persone che contestavano il risultato elettorale. Negli anni successivi parole come «rivoltoso», «sedizioso» e «agente straniero» sono diventate il linguaggio ufficiale dei media e dei tribunali del regime.
Dopo la rivolta di Dey 1404 (gennaio 2026), e soprattutto durante la guerra, queste etichette si sono fatte più pesanti. Negli atti d'accusa i manifestanti vengono chiamati «spie» e «complici di Israele», e proprio queste accuse diventano la base delle condanne a morte. L'esecuzione di Hassan Divband, Hamid Kazemi e Reza Zanganeh a Karaj nello stesso giorno, e le 10 condanne a morte del caso di piazza Shohada a Isfahan, emesse sulla base di confessioni estorte sotto tortura, mostrano che nella Repubblica islamica questo linguaggio non è solo propaganda: è il preludio della sentenza.
L'etichetta di «complice del nemico» ha una funzione chiara: il cittadino che protesta non è più considerato parte della nazione, e la sua repressione viene presentata come difesa del Paese. La stessa logica si ritrova nella nuova minaccia della Repubblica islamica contro gli iraniani all'estero, che ha minacciato di sequestro dei beni e di sospensione dei servizi consolari.
Il linguaggio del principe Reza Pahlavi
Al contrario, nei suoi discorsi e messaggi il principe Reza Pahlavi si rivolge agli iraniani come ai veri padroni del Paese e al simbolo della sua identità nazionale. Ha considerato il Premio della Libertà 2026 un bene affidato alla nazione iraniana e ha detto che lo restituirà al popolo a Teheran. Anche a Francoforte ha identificato il suo pubblico con il Leone e Sole, un simbolo legato più di ogni altro emblema alla storia e alla continuità dell'Iran, e che la Repubblica islamica ha cercato per anni di cancellare dalla memoria collettiva.
La differenza di tono deriva da una differenza di visione politica. Un regime che trae la propria legittimità dalla «velayat» (la tutela del giurista) vede nel popolo dei sudditi che devono obbedire e considera tradimento ogni disobbedienza. Un movimento che trae la propria legittimità dal voto e dalla volontà del popolo non può che riconoscerlo come sovrano. Il principe Reza Pahlavi ha detto più volte che sarà il voto libero dei cittadini a decidere la forma del futuro sistema dell'Iran.
Il legame con il bilancio dell'epoca Pahlavi
Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, parte dell'ampio sostegno al principe Reza Pahlavi dentro e fuori l'Iran nasce proprio da questo confronto. Molti iraniani ricordano gli anni precedenti al 1979 come un periodo in cui la cultura, l'arte e il peso internazionale dell'Iran crescevano, e i quattro decenni successivi come un periodo di isolamento, povertà e repressione. Lo slogan «questa notte nera», che risuona nelle rivolte, nasce da questa esperienza.
Per questo il confronto tra i due linguaggi è importante. Il cittadino chiamato «paglia e detriti» o «spia» non ha diritti agli occhi del regime. Il cittadino chiamato «simbolo del Leone e Sole» è padrone del Paese e ne costruisce da sé il futuro.
Che cosa significa questa differenza per la rivoluzione nazionale
Accanto alla lotta politica, la rivoluzione nazionale iraniana è anche una lotta per il racconto. La Repubblica islamica cerca di presentare i manifestanti come stranieri e nemici per giustificare esecuzioni e confische. La risposta del principe Reza Pahlavi è restituire dignità proprio al popolo che il regime umilia. L'esecuzione di tre manifestanti a Karaj nello stesso giorno in cui è stata pubblicata la frase finale del discorso di Francoforte ha messo queste due visioni una accanto all'altra.
La Repubblica islamica chiama «spie» i manifestanti per giustiziarli; il principe Reza Pahlavi li considera il simbolo del Leone e Sole.

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