È stato pubblicato un aggiornamento più recente di questa notizia: Ufficio del principe Reza Pahlavi: chi ha ordinato le esecuzioni di Maleki ed Ebrahimi ne risponderà
L'esecuzione di Amirhossein Maleki e Amirhossein Ebrahimi, due ventenni arrestati durante la rivolta di Dey del gennaio 2026, all'alba di martedì 3 novembre 2026 a Isfahan, ha portato a nove il numero dei giustiziati nel caso di piazza Alikhani. Un caso cominciato con circa 60 arresti e arrivato a 12 condanne a morte è oggi l'esempio più chiaro di come l'apparato giudiziario della Repubblica islamica tratta i manifestanti di Dey: sentenze note prima del processo e un processo celebrato solo per firmarle.
La versione della magistratura e ciò che vi manca
L'agenzia Mizan, organo della magistratura, ha accusato i due giovani di aver partecipato all'uccisione di quattro agenti di polizia durante le proteste dell'8 gennaio a Isfahan, sostenendo che portavano armi bianche e avevano preso parte alla distruzione di beni e ad aggressioni contro gli agenti. A sostegno di questa accusa Mizan ha citato «dichiarazioni degli imputati e di altri detenuti», riprese delle telecamere e testimonianze.
Ma nessuna di queste prove è stata resa pubblica. Né il verbale dell'udienza, né immagini che mostrino il ruolo individuale di ciascun imputato, né alcuna spiegazione sulle condizioni in cui sono state ottenute le confessioni. In un caso in cui dodici persone sono state condannate a morte per un unico evento, la domanda centrale è che cosa abbia fatto ciascuno; ed è proprio la domanda a cui la magistratura non ha risposto.
Il giudizio degli esperti ONU e di Amnesty International
Gli esperti per i diritti umani dell'ONU avevano già chiesto di fermare queste esecuzioni. Secondo loro, i dodici imputati sono stati condannati in un'udienza a porte chiuse, la responsabilità individuale di nessuno è stata accertata e il procedimento è stato opaco e iniquo. Hanno inoltre espresso preoccupazione per le notizie di confessioni estorte e per la negazione del diritto a un processo equo.
Anche Amnesty International ha messo in guardia contro accuse vaghe e confessioni forzate, affermando che alcuni dei condannati avevano meno di 18 anni all'epoca dei fatti contestati. Prima dell'esecuzione, l'ufficio del principe Reza Pahlavi aveva lanciato l'allarme sul rischio imminente di esecuzione dei due giovani e aveva definito il procedimento una «messinscena».
Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, una sentenza emessa sulla base di confessioni estorte in detenzione, in un'udienza a porte chiuse e senza mostrare prove, è una sentenza dettata dall'alto: decisa prima del processo, a cui il tribunale dà soltanto una veste legale.
Nove esecuzioni in quattro mesi
Anche l'ordine delle esecuzioni in questo caso segue uno schema chiaro. Erfan Esfandiari e Gol-Mohammad Mohammadi sono stati giustiziati il 19 luglio. Abolfazl Sepahi e Amirhossein Safari sono stati impiccati in pubblico, nella stessa piazza Alikhani, il 28 luglio, un'esecuzione che ha provocato proteste. Ghaem Hosseini, cittadino afghano e cugino di Mohammadi, è stato giustiziato il 20 agosto. Alireza Sepahi e Alireza Raeisi sono stati giustiziati il 5 ottobre; prima di un precedente tentativo di esecuzione, Sepahi aveva avuto un infarto ed era stato portato all'ospedale Alzahra di Isfahan. Le autorità non hanno nemmeno permesso che Sepahi e Raeisi fossero sepolti nelle loro città natali. E ora Maleki ed Ebrahimi.
Le esecuzioni avvengono uno o due alla volta, a qualche settimana di distanza. È lo stesso metodo descritto proprio quel martedì dal principe Reza Pahlavi in un editoriale rivolto all'Europa: esecuzioni silenziose di detenuti, uno o due alla volta. Questo metodo tiene basso il costo politico di ogni esecuzione e allo stesso tempo mantiene viva la paura nella società. Altri tre imputati del caso condannati a morte sono ancora in pericolo.
Che cosa significano queste esecuzioni per la rivoluzione nazionale
Il caso di piazza Alikhani non è isolato. Da gennaio sono stati giustiziati più di 70 prigionieri politici e altre centinaia rischiano l'esecuzione. Proprio questa settimana la Corte suprema ha confermato la condanna a morte di Arman Marefati appena otto giorni dopo la sentenza di primo grado, e anche tre manifestanti di Mashhad sono stati condannati a morte. La rapidità delle conferme e la mancanza di trasparenza sono le stesse in tutti questi casi.
Nel caso di piazza Alikhani dodici persone sono state condannate a morte per un unico evento, ma la magistratura non ha mai mostrato che cosa abbia fatto ciascuna.
Con queste esecuzioni la Repubblica islamica cerca di intimidire la giovane generazione scesa in piazza a gennaio. Ma come l'esecuzione pubblica in piazza Alikhani ha portato proteste anziché silenzio, ogni nuovo nome in questo elenco diventa un altro documento di un fascicolo che un giorno sarà esaminato in un vero tribunale, con prove pubbliche e diritto di difesa; questa volta contro chi ha ordinato ed eseguito queste sentenze.

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