giovedì 29 ottobre 2026
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La Repubblica islamica e le elezioni in Israele: un regime che ha affidato il suo destino alla Knesset

Analisi di DIAR: la Repubblica islamica, che per anni ha preteso di decidere il destino di Israele, oggi segue i risultati delle elezioni israeliane per conoscere il proprio futuro.

Perché conta: La dipendenza del futuro della Repubblica islamica dalla politica di Israele e degli Stati Uniti mostra che il regime non ha più l'iniziativa per decidere il destino dell'Iran.

La Repubblica islamica e le elezioni in Israele: un regime che ha affidato il suo destino alla Knesset
Foto d'archivio; foto: zeevveez, licenza CC BY 2.0, Wikimedia Commons

Per quattro decenni la Repubblica islamica ha preteso di decidere il destino di Israele. Mentre si contano i voti delle elezioni parlamentari israeliane, il quadro si è capovolto: funzionari e media del regime seguono minuto per minuto lo spoglio per la Knesset, perché il futuro della guerra con gli Stati Uniti e Israele, e con esso il futuro dello stesso regime, dipende in larga misura dalla coalizione che prende forma a Gerusalemme.

Dalle promesse di distruzione allo sguardo fisso sulle urne

Nel settembre 2015 Ali Khamenei aveva detto che Israele non avrebbe visto i successivi 25 anni. La frase è stata ripetuta per anni sui manifesti e dai pulpiti della preghiera del venerdì ed era il pilastro della propaganda regionale della Repubblica islamica: un regime che si presentava come la potenza decisiva della regione e fissava una data di scadenza per il suo nemico.

Oggi lo stesso regime si ritrova con una domanda principale: chi formerà il governo in Israele. Con l'85,6 per cento dei voti scrutinati a mezzogiorno di mercoledì 28 ottobre, il blocco di Benjamin Netanyahu ha 53 seggi e i suoi avversari 48, e nessuno dei due ha raggiunto la maggioranza di 61 seggi. DIAR ha seguito lo spoglio dagli exit poll fino al conteggio del 72 per cento delle urne. Netanyahu ha detto in questi giorni che la Repubblica islamica è più debole che mai e che, insieme a Donald Trump, ha l'occasione di eliminarne per sempre la minaccia.

Reazioni che rivelano inquietudine

In questi giorni i media del regime hanno scritto uno dopo l'altro delle elezioni israeliane. Zeinab Soleimani, figlia di Qasem Soleimani, in un messaggio diffuso dalla magistratura della Repubblica islamica ha sostenuto che il risultato di queste elezioni non ha alcun effetto sulla «volontà della nazione iraniana». Anche l'agenzia ufficiale del governo ha citato un analista vicino al regime secondo cui Netanyahu voleva diventare una «leggenda» e la guerra con l'Iran glielo ha impedito.

Le due narrazioni non stanno insieme. Se il risultato delle elezioni israeliane non conta, non c'è motivo per tanti commenti e previsioni. E se la guerra con la Repubblica islamica ha indebolito Netanyahu, bisogna chiedersi perché egli guidi ancora il primo partito della Knesset e perché il suo blocco sia davanti ai rivali. Secondo la valutazione degli analisti di DIAR, la continua ripetizione che «il risultato non conta» è essa stessa il segno che per il regime il risultato conta moltissimo.

Perché la Knesset è diventata decisiva per Teheran

La ragione di questa inquietudine è chiara. Sotto il blocco navale americano la Repubblica islamica non ha petrolio da vendere, l'economia iraniana è in profonda recessione e Donald Trump, in un comizio in Mississippi, ha definito il cessate il fuoco con il regime una perdita di tempo. Fonti parlano di preparativi americani per una nuova operazione dopo le elezioni di metà mandato al Congresso. In una situazione simile, il fatto che il prossimo governo israeliano si coordini o meno con Washington per proseguire la pressione è diventato una delle variabili della sopravvivenza del regime.

Per un regime che aveva come slogan «decidere il destino della regione», questo significa aver perso l'iniziativa. Le scelte decisive sul suo futuro vengono prese a Washington e a Gerusalemme, e Teheran è solo spettatrice. Allo stesso tempo, l'incontro di Teheran con le delegazioni di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia ha mostrato che il regime guarda ai mediatori per evitare un nuovo round di guerra.

Il messaggio per gli iraniani

Per gli iraniani questa contraddizione porta a una conclusione chiara: un regime che ha legato il proprio destino al voto dei cittadini di un altro Paese non ha alcuna voce nel decidere il futuro dell'Iran. Il futuro dell'Iran devono deciderlo gli iraniani, non le elezioni della Knesset né i calcoli dei Guardiani della Rivoluzione. Questa settimana il principe Reza Pahlavi, in un videomessaggio, ha invitato tutti gli iraniani ad aderire alla campagna di cooperazione nazionale per salvare l'Iran e ha chiesto alle forze militari e statali di unirsi al popolo.

Il conteggio finale dei voti israeliani, compresi circa 600.000 voti «a doppia busta», si concluderà nei prossimi giorni, e il presidente israeliano Isaac Herzog, ricevuti i risultati ufficiali, avvierà le consultazioni con i partiti per designare chi dovrà formare il governo.

Un regime che fissava una data di scadenza per Israele oggi cerca il proprio futuro nello spoglio dei voti della Knesset.

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