Freedom House ha abbassato giovedì 22 ottobre 2026, nel suo rapporto annuale «Freedom on the Net 2026», il punteggio dell'Iran da 13 a 9 su 100. È il calo più forte tra i 38 Paesi esaminati e colloca l'Iran accanto a Cina e Myanmar in fondo alla classifica mondiale della libertà di internet.
Secondo Freedom House, dopo l'inizio della guerra tra febbraio e marzo 2026 la Repubblica islamica ha interrotto l'accesso a internet per la maggior parte della popolazione iraniana per circa 88 giorni: il blackout nazionale più lungo nei 16 anni in cui l'organizzazione pubblica il suo rapporto sulla libertà di internet e il più lungo della storia dell'Iran. Le restrizioni sono state in parte allentate da fine maggio 2026, ma la maggior parte dei cittadini può ancora raggiungere solo un numero limitato di siti. Il rapporto copre il periodo da giugno 2025 a fine maggio 2026.
Il blackout durante la rivolta di Dey
Freedom House ricorda che durante la repressione della rivolta di Dey del gennaio 2026 la Repubblica islamica ha interrotto quasi completamente le comunicazioni in tutto il Paese per circa 20 giorni. Secondo il rapporto, oltre 50.000 manifestanti sono stati arrestati, alcuni soltanto per aver pubblicato contenuti critici o sostenuto i manifestanti sui social network. Iran Human Rights ha registrato almeno 4.200 morti, tra cui almeno 420 donne e 281 adolescenti e bambini sotto i 18 anni, e considera questa cifra un minimo; la Repubblica islamica aveva indicato 3.117 vittime.
Internet a due livelli e VPN costose
Secondo il rapporto, la Repubblica islamica ha ricostruito l'accesso a internet in modo che la maggior parte degli iraniani resti chiusa in una versione domestica della rete, mentre solo un gruppo privilegiato accede ai servizi globali. I pacchetti cosiddetti «Internet Pro», necessari per raggiungere contenuti meno filtrati, sono diventati inaccessibili per la maggior parte della popolazione a causa di un'inflazione elevatissima, e anche VPN e accesso satellitare sono molto costosi. Il punteggio dell'Iran è sceso a 5 su 25 per gli «ostacoli all'accesso», a 3 su 35 per i «limiti ai contenuti» e a 1 su 40 per le «violazioni dei diritti degli utenti».
Kian Vesteinsson, responsabile senior della ricerca e autore del rapporto, ha affermato che i governi autoritari trasformano internet in uno strumento per controllare i cittadini, decidendo chi si connette e che cosa vede. Freedom House ha chiesto ai governi democratici di ampliare gli strumenti per aggirare la censura e l'accesso d'emergenza a internet via satellite, e di finanziare l'Open Technology Fund degli Stati Uniti.
Un punteggio di 9 su 100 colloca l'Iran accanto a Cina e Myanmar tra gli ambienti internet più repressivi del mondo.

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